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Giro Repubbliche marinare 2016 PDF Print E-mail
Written by Stefano Baraga   

Stefano Baraga e Ferdinando Falco  sfidano se stessi in una delle prove più  massacranti ed estreme del panorama  rando nazionale: il Giro delle Repubbliche marinare, una cavalcata di 2200 km ultimata nel  tempo di 184 ore.   Pubblichiamo il resoconto  vergato da Stefano, approvato  e controfirmato da Ferdinando.

 

Repubbliche Marinare 2016 di S. Baraga

 

 Il ritrovo è sabato 29 alle 8 a Malcontenta, storico porto commerciale dove sulla Riviera del Brenta confluivano i battelli commerciali per gli scambi con la Serenissima. Molti dei partecipanti sono arrivati il giorno prima, alcuni si presentano il giorno stesso. Il clima è allegro. Ci sono quelli che vanno per la terza volta (la “triple crown”), c’è la trepidazione nei “nuovi”. Si scrutano le bici dei più esperti per capire se ci manca qualcosa, Fulvio saluta amici vecchi e nuovi. I più organizzati sono alcuni tedeschi e i lituani. Ian To (anglo cinese) sembra intenzionato a fare il tempone, bici in configurazione light e fisico asciutto (il record è di Steffen Streiff, quest’anno alla TransAm Race, in 130h, edizione 2015). Chiuderà in 133h, considerando la pioggia un tempo di tutto rilievo.

Alle 9,30 foto di gruppo. Alle 10, guidati dal capitano “fachiro”, ci avviamo verso i Molini di Dolo, dove il comune ci ha preparato un rinfresco con ogni ben di Dio, nella bella cornice dei vecchi molini. Peccato che siamo solo ad appena 10km dall’inizio … Inebriati dalla bella sorpresa, molti randonneurs sbagliano strada alla ripartenza, ma dopo qualche km ci ricompattiamo in vari gruppetti alla volta dei colli Euganei. Dopo il primo controllo, allo scollinamento della Cingolina si scatena un diluvio, per fortuna di breve durata.

La prima giornata la passiamo tra pioggia e timide schiarite fino a Fiorenzuola, dove arriviamo alle 22. Dopo una cena tra pizze e panini, decidiamo di ripartire per tentare la salita alla cima Coppi del Giro, il passo Zovallo, 1491m. Dopo qualche km, comincia di nuovo a piovere e decidiamo di fermarci all’ultimo albergo aperto. Il titolare ci dice che ci stava aspettando, si ricordava di quelli del giro dell’anno scorso, alcuni si erano fermati e quindi aspettava a vedere se anche quest’anno qualcuno avrebbe approfittato. Intanto Martin, il taciturno polacco, ci passa a velocità doppia. Ma lo ritroveremo qualche giorno dopo. Alla mattina, approcciamo la salita e giungiamo al 4° controllo di San Stefano D’Aveto. La scelta si rivela azzeccata: chi ha fatto la salita di notte è arrivato stremato, qualcuno è pure svenuto. Rifocillati con le ottime crostate di mirtilli e di mele, scaldati al calore della stufa, proseguiamo di buona lena verso Genova, ma a metà del tragitto la pioggia ricomincia a farsi insistente, le condizioni sul monte Fasce sono al limite del proibitivo.

 

Per fortuna la riviera ligure ci accoglie con un po’ di sole e ci rincuoriamo. Decidiamo di fermarci a mangiare prima della salita del Passo Bracco, al tramonto. La signora della focacceria ci dice di stare attenti ai motociclisti, la strada di notte è la loro palestra. Con un pizzico di timore e sfoderando tutta la nostra potente luminaria, cominciamo l’ascesa. L’aria fresca e serena, la vista spettacolare di La Spezia illuminata, il rumore del mare in leggera burrasca e l’assenza di moto, ci fanno passare una prima parte della notte tranquilla. Arriviamo al controllo di Borghetto Vara alle 24. Sono tutti a dormire, ci dice un infastidito gestore. Troviamo Boris addormentato su un tavolo, ci chiede se intendiamo proseguire. Dopo un paio di caffè e ricaricato le batterie (vere), ci mettiamo in bici alla volta di Pisa. Una pioggerellina sottile ci accompagna, le strade sono brutte, arriviamo sulla litoranea e cediamo alla stanchezza. Il trio si sfalda, mi riposo su una panca, perdo le tracce di Ferdy e di Boris.

Alle 4 mi rimetto in moto e alle 6 arrivo a Pisa. Il colpo d’occhio è incantevole, la luce mattutina esalta la piazza dei Miracoli. Mi arriva un messaggio di Ferdy, che mi domanda dove sono. Ci ritroviamo alla torre. Nel frattempo anche il gruppone, ripartito da Borghetto alle 3, è giunto alla Torre. Ripartiamo in due verso Suvereto, Boris ce lo siamo persi. La prima parte della strada è noiosa, ci fermiamo ad un bar sulla strada per prendere un caffè. Il nostro odore fa scappare gli avventori, Ferdy mi dice “non possiamo più entrare nei bar”. Io penso che invece è un ottimo modo per farci servire velocemente. Punti di vista. La strada diventa più mossa, strada facendo, ci aggreghiamo a qualche altro “marinaio”.

Il percorso si adatta alle mie caratteristiche e decido di farla al mio ritmo. Il sole che finalmente ci accompagna, esalta le strade che portano ai borghi come Castagneto Carducci. A Suvereto ci accoglie il bar base di partenza di tante altre rando e alla spicciolata arrivano un bel po’ di randonneurs. La fontana del paese viene presa d’assalto e si riparte con Ferdy arrivato nel frattempo verso Borgo Marsiliana. La strada dei vini è spettacolare e per fortuna anche ombrosa, arrivo al Bar degli amici provato, la prima vera crisi, ma il bar fa onore al suo nome. Troviamo velocemente un ricovero per la notte e doppia razione di primi. Fuori gli avventori ci accolgono divertiti, un alternativa ai soliti racconti di caccia ai cinghiali e su Max Lelli frequentatore abituale di quelle zone. Firmato il foglio con gli orari di passaggio, ci rechiamo alla nostra stanza. Laviamo i nostri panni, proviamo ad asciugarli ma il poco tempo non ci basta. Confidiamo nel sole del giorno successivo, ma alla mattina le previsioni ci danno pioggia, che puntualmente arriva. La strada che porta a Santa Marinella è monotona, per 60 km non passiamo per nessun paese.

A Tarquinia, primo segno di civiltà dopo ore, decidiamo di fare una lunga pausa. Mi reco al supermercato a prendere viveri e procediamo a una pulizia accurata delle catene con il chante claire. Arriviamo a Santa Marinella e lì troviamo Doug (l’americano alla sua terza volta) e il suo amico canadese Ed. C’è anche Ezio dell’armata Brancaleone. Un dirigente di una squadra locale ci fa delle foto per la sua pagina facebook. Il sostanzioso pranzo, il bel tempo, l’allegra compagnia e il pensiero di arrivare a Roma ci fanno ripartire con decisione. Strada facendo, Doug parla con tutti quelli che gli capitano a tiro, incluse macchine della polizia. Sulla strada per Fiumicino l’idillio finisce. Ezio fora, rimango con lui per aiutarlo, i due nordamericani sbagliano strada e li ritroveremo a Roma, Ferdy rimane da solo, la strada si rivela un immondezzaio a cielo aperto.

All’entrata di Roma, scivolo su un gradino, e devo andare in farmacia per comprare un disinfettante. La picchiata verso le mure del Vaticano è spettacolare e finalmente arriviamo a Piazza San Pietro, dove Ferdy ci aspetta da mezz’ora. Foto per il controllo e per i ricordi e inizia a piovere. L’uscita da Roma è un calvario: i sanpiettrini bagnati, il traffico (sono le 18 del 1° giugno), la lunghezza del tragitto ci mettono a dura prova. Dopo più di un’ora siamo fuori dalla città e ci dirigiamo verso Ardea. Passiamo Formello, la strada sarebbe piacevole, peccato che le radici dei pini trasformino l’asfalto in un continuo salto. Finalmente arriviamo a Lido dei Pini. Il peggio deve ancora arrivare. Subito un gruppo di ragazzi ci comincia a squadrare e a interessarci delle nostre bici. La proprietaria del ristorante ci serve una bella cena, ma l’atmosfera è tesa. Arrivano Doug ed Ed, ci raggiunge anche Gianluca che d’ora innanzi sarà nostro compagno di strada. Decidiamo di ripartire all’una, Ezio fedele al suo programma rimane a dormire. Ci appisoliamo all’interno del ristorante ma alla una veniamo svegliati dalle urla della proprietaria: uno dei ragazzi mi aveva preso lo smartphone, nasce un tafferuglio e dopo una mezz’ora mi viene riconsegnato con l’aiuto di un poliziotto in borghese. Scena da commissario Monezza prima maniera. Un po’ guardinghi ripartiamo, dopo un’ora, calata la tensione ci fermiamo presso una discoteca e prendiamo dei caffè. Tempo di ritornare fuori e comincia a piovere forte. Attendiamo una mezz’ora. Alla ripartenza Ferdy fora. Sostituiamo la camera d’aria ma siamo un po’ demoralizzati e procediamo al rallentatore. La luce dell’alba ci rianima, la pasticceria di Itri ci aspetta. La salita è tranquilla e piacevole, la vista magnifica, raggiungiamo Alberto e Mariano (che in realtà ci lascia sul posto, un motorino sulle salite). La pasticceria fa onore alla sua fama e ci dona anche dei biscotti.

Apprendiamo che purtroppo uno dei partecipanti è caduto nella salita, un paio di ore prima. In trio ripartiamo per Caserta. Dopo un po’ mi stacco e vengo affiancato da un paio di ragazzi che si erano ritirati da una granfondo locale. Mi accompagnano alla Reggia, non prima di avermi offerto caffè e sfogliatelle nel bar del corso. Foto ricordo insieme alla Reggia, poi mi ricordo di accendere lo smartphone e trovo i messaggi di Ferdy che mi cerca da un’ora. Ritorno alla Reggia, avevo anche saltato il timbro alla gelateria nell’euforia del momento. Ritroviamo i tre ragazzi tedeschi, sfattissimi. Formiamo uno squadra da 6 e ci avviamo verso Amalfi. Il ritmo, causa il traffico continuo, è lento. Si fa tardi. Ci dicono che difficilmente troveremo da dormire sulla costa e decidiamo in un veloce briefing di fermarci sulla salita. Nel frattempo abbiamo raggiunto Martin. A Gragnano, il titolare dell’Hotel Adele, riesce a trovarci tre stanze, un mezzo miracolo, gli alberghi sono tutti pieni. Gentilissimo, ci fa servire una gran cena, con pasta a volontà (siamo a Gragnano d’altronde) e trionfo finale di dolci. All’indomani, all’ora convenuta (le 5:30) non si sveglia nessuno!! Partiamo in ritardo alle 7. E ci è andata bene, visto che fino alle 6 ha diluviato. La mattina è invece bellissima, c’è il sole, Amalfi ci accoglie all’altezza della sua fama. Sosta obbligatoria alla pasticceria Pansa, foto ricordo, tra turisti dai 4 angoli del mondo divertiti e stupiti. Come mi ero prefissato, mi immergo in acqua. E poi toccherà all’Adriatico.

Abbiamo esaurito il vantaggio sul tempo limite, l’obiettivo fino all’Adriatico diventa non accumulare più ritardo. Dopo Maiori, di nuovo pioggia, fino ad Avellino. Troviamo Ed, che comincia ad accusare la stanchezza e un po’ di noia. Ci scorta fino a Benevento Nazzareno, 15 partecipazioni alla Maratona delle Dolomiti, che sta provando le bici per la Cicli Leone. Anche la strada per Morcone è flagellata dalla pioggia, mi porto avanti per arrivare prima e ricaricare le batterie e il computerino. Il resort è molto bello, l’accoglienza molto familiare, troviamo anche Aurisicchio, glorioso randonneur nativo del posto . Partecipante alla prima edizione del giro, emozionato nel vederci, si ricorda della Manola e si raccomanda di salutarcela. Troviamo altri partecipanti, alcuni decidono di dormire lì e sarà una decisione saggia a posteriori. In quattro con Gianluca ed Ezio, decidiamo di ripartire, visto che non piove. Subito dobbiamo fermarci per una mia foratura, per il resto viaggiamo regolari. A parte qualche rumore strano dai boschi (cinghiali) si andrebbe bene. Seconda foratura, stavolta tocca a Gianluca, per fortuna almeno in un borgo illuminato e con un bar aperto. La squadra di meccanici (di cui il sottoscritto non fa parte) ripara velocemente, ma ancora non va: il battistrada è scollato. Con dello scotch tamponiamo, a Trivento manca poco. Arrivati al punto di controllo la sgradita sorpresa. E’ chiuso e aprirà solo alle 9 (sono le 4). Troviamo Lauro e Michelangelo addormentati. Fa freddo, sfatti, ci buttiamo sui divani fuori, non ci sono altri locali nelle vicinanze. Alle 6 ripartiamo, ma è durissima. Siamo totalmente intorpiditi, il primo paese è a 10km, in salita. Arriviamo e troviamo una panetteria aperta, i miei compagni si buttano su tutto ciò di commestibile che trovano. Io ho bisogno di bevande calde e chiedo dov’è il primo bar. Quello del paese è chiuso, bisogna proseguire per il prossimo paese, Torrebruna. Raccolgo le forze e mi avvio. La strada è bella, il paesaggio colorato, anche se dominano le pale eoliche. Noto che è pieno di borghi, tutti sulle piccole cime. Il bar è al culmine di uno strappo al 15%, ovviamente. Mi catapulto dentro e ordino thè e capuccino, la gente anche qui ci accoglie divertita. Finalmente le forze tornano, siamo riusciti a mantenere almeno il tempo limite e l’Adriatico non è più lontano, solo 60 km, superato un ultimo piccolo promontorio saremo in discesa. Arriviamo in ordine sparso, qualche segno di nervosismo appare, residuo della dura notte. Il sole dell’Adriatico e la strada facile ci permettono di recuperare il ritmo.

A Francavilla mi immergo nel mare, completando il mio rito propiziatorio. Decidiamo di provare a fare il Poggio e poi decidere il da farsi, mi avvio con i tre ragazzi tedeschi trovati al punto di controllo, Ferdy con Gianluca si prendono un po’ più di tempo. Un temporale ci sorprende a metà strada, ma dura poco e riusciamo ad arrivare ai piedi della salita. Ferdy e i suoi compagni di strada decidono di fermarsi, ci ragguagliamo via sms. All’inizio della salita foro, mi assale la stanchezza,anche mentale, perdo contatto anche con Lauro (trovato al bar della sosta). Ci metto una vita ad arrivare, trovo i tedeschi addormentati fuori del locale. Lauro mi propone di proseguire, lo seguo, ed è un errore. In discesa mi si chiudono gli occhi, proviamo a fermarci un ora, alla ripartenza foro di nuovo mettendo la ruota in una buca, anche per la stanchezza. Lascio andare Lauro e proseguo fino al lungomare, dove mi butto dentro al primo bar chiuso a riposare un paio di ore. Alla mattina è una disperata ricerca di un bar aperto, che trovo solo dopo un ora, ma è un gran bar. Brioche appena sfornate, farcite come si vuole; mi osservano dei ragazzini reduci dalla notte in discoteca, con occhiali da sole e facce sfatte: la compagnia della notte si dà il cambio. Ci scambiamo un paio di sms con Ferdy, mi avvisa che sono al Poggio, devono sbrigarsi.

Mi muovo verso Pesaro, percorro le ciclabili, c’è il sole, i lungomari si riempiono di gente e mi tengono ben sveglio. La strada panoramica di Pesaro con la vista sull’Adriatico è una dei tratti più belli del giro, una piacevole scoperta. Il punto di controllo è un ritrovo di ciclisti, mi rilasso e mi sento bene. Con calma riprendo per San Pietro Vincoli, decido di andare alla mia andatura, ridotta per la stanchezza, se troverò qualcuno per strada tanto meglio, altrimenti attenderò a San Pietro. Faccio sempre le ciclabili, Rimini è un po’ caotica, quando entro nel cesenatico a un certo punto mi volto e riconosco un profilo per me inconfondibile sullo sfondo : i nove colli! Fa caldo, andatura da turista per caso. A 20 km dal punto di controllo mi raggiunge Michelangelo e con lui mi rianimo, aumentiamo di colpo l’andatura di 10km, adesso è decente. Mi dice che vuole arrivare presto a Venezia perché suo padre lo aspetta. E’ in forma il ragazzo, ha una buona gamba. Ha fatto tutto con un solo un ricambio, per ritrovare la sua parte animale, dice. Sempre sorridente. Ha visto i tedeschi, Doug, Ferdy (un po’ in crisi) e Gianluca. Al ristoro ci dividiamo, decido di aspettare gli altri, voglio chiudere con la squadra. Una stretta di mano, buona fortuna e alla prossima. Ad attenderci c’è Vania, la compagnia di Gianluca, con un dolce alla ricotta. Arriva il “wunderteam” e con l’aiuto di Vania li convinco ad attendere Gianluca e Ferdy e terminare insieme. Il gruppo carro scopa.

Alle 16 si riparte per l’ultima volata. Dopo aver passato le valli di Comacchio accompagnati da una piacevole brezza e atteso sotto un ponte il temine di uno scroscio violento, alle 19 siamo a Codigoro: non si poteva uscire dal ravennate senza aver preso una piadina (che diverranno due). Alle 22 siamo pronti a ripartire da Adria, è l’ultimo tratto, facile ci diciamo, 60 km pianeggianti , una passerella. Invece sarà una sofferenza. I colpi di sonno mi prendono ogni 10 minuti. Steffan, Fritz, Christian, Ferdy cercano di tenermi sveglio a turno, l’andatura è meno che turistica, foro un’altra volta, mi faccio dare una camera d’aria da Gianluca. Si riparte, paesi a me familiari si susseguono e cerco disperatamente di mantenere un anda decente, ma un po’ di delusione si fa largo, si sperava di arrivare prima e salutarsi degnamente.

 

Forse è questo viaggio pazzesco che non vuole terminare, ci vuole ancora con lui, siamo suoi. Sono le due e siamo a Malcontenta, Fulvio ci appare come un fantasma e ci consegna coppe e maglie finisher, scattiamo le foto ricordo. E’ FATTA!!! 2200KM!!!! 184ore!!! Il sonno non sconfigge del tutto la gioia e la soddisfazione, ci abbracciamo come bambini. Da domani cominceremo a ripensare a questi 8 giorni indimenticabili, che ci resteranno dentro per sempre.